dijous, 23 de desembre de 2010

"Il razzismo cosmopolita", di una conferenza in il Centre Jacques Berque de Rabat, febbraio 2010

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Frammento de “Gli Studi sulle Migrazioni in Spagna. Un Bilancio e Alcune Riflessioni”, in Salvatore Palidda, ed., Il «discorso» ambiguo sulle migrazioni, Mesogea, 2010, pp. 21-39. Traduzione di una conferenza in ocasione del workshop Mutations et perspectives des mobilités humaines dans les espaces euroméditerranéens, Centre Jacques Berque, Rabat, febbraio 2010, invitato da Salvatore Palidda, Dipartimento di Scienze Antropologiche, Università degli Studi di Genova.


IL RAZZISMO COSMOPOLITA
Manuel Delgado

Il ruolo delle istituzioni nei confronti del ‘problema’ immigrazione è duplice. Da una parte, le voci ufficiali affermano che l’immigrazione è davvero un problema e descrivono il fenomeno come uno dei più gravi se non il principale problema del paese. Si definisce così un’immagine pubblica che tenta di sovradimensionare i conflitti e ne enfatizza gli aspetti più drammatici e truculenti. Una volta che le istituzioni e gli organi di informazione al loro servizio si autoconvincono, e convincono il pubblico,dell’esistenza di un grave motivo di preoccupazione e addirittura di un vero e proprio panico collettivo, allora questi stessi soggetti – il governo e i media – definiscono i meccanismi per proteggerci da questa minaccia; ma allo stesso tempo tentano anche di attenuare sia il problema che le soluzioni (spesso ancora più gravi) che ne scaturiscono. La posta in palio quindi è alta, e comporta la garanzia solenne che i fondamentali valori umanistici della nostra civiltà siano salvaguardati: la lotta contro l’‘invasione’ non si scorderà mai del rispetto scrupoloso dei diritti umani e dei valori democratici.
Il doppio discorso veicolato da istituzioni tanto allarmate quanto propagatrici di allarme implica una serie di pratiche amministrative che consistono sia nella protezione sia soprattutto nell’istituzionalizzazione dello sfruttamento, della marginalità, dell’ingiustizia, della segregazione e di un numero indefinito di soprusi e limitazioni sociali che si abbattono sui soggetti più vulnerabili, e in particolare sui lavoratori e le lavoratrici straniere che vivono in una condizione di precarietà cronicizzata e sono quindi vittie di un doppio stigma (in quanto poveri e in quanto stranieri illegali e/o illegittimi). I poteri costituiti si assumono pertanto il compito di terrorizzare la popolazione delineando uno scenario generale all’insegna dell’emergenza immigrazione, nonostante poi ci tranquillizzino con l’idea che tutto sia sotto controllo e che di certo non dovremo abdicare ai nostri presunti principi morali di fondo. Contemporaneamente,però, le stesse istituzioni mettono in pratica strumenti e meccanismi di abuso sistematico e generalizzato nei confronti dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie. Da una parte, quindi, il discorso delle ‘buone pratiche’, dall’altra, agli antipodi, le pratiche reali.
È su questi nuovi proletari (sia che lavorino, che cerchino lavoro, o che siano invece esiliati nei territori della marginalità sociale e della devianza) che si abbatte la parte più dura delle dinamiche di accumulazione e crescita dei saggi di profitto. Lungi dal fare alcunché per correggere pratiche padronali fondate sullo sfruttamento, la rendita e la speculazione immobiliare, e ancor di più dal rettificare la tendenza allo smantellamento dei servizi e dei beni pubblici e dal garantire un miglioramento di quelle prestazioni alla collettività che ci avevano promesso come un futuro stato di benessere collettivo, oggi la produzione ideologica istituzionale si fa carico della sua intrinseca ambiguità e non fa altro che parlare di ‘dialogo fra culture’, di ‘apertura nei confronti dell’altro’, di ‘diversità culturale’ e di ogni altro appello vuoto e astratto ai buoni sentimenti. Ecco quali sono oggi i nuovi volti del razzismo, il cui trucco consiste nel farli passare per l’esatto contrario di ciò che in realtà sono.
Per come vengono impiegati oggi, i linguaggi del ‘multiculturalismo’ e dell’‘interculturalità’, come del resto la retorica che inneggia a un’estetica della differenza, sono in tutto e per tutto coerenti con la proliferazione di metafore sulla libera circolazione del capitale: spazi virtuali, flussi transnazionali, iper-spazi, ibridazione culturale, frattalità, e tutta una nebulosa concettuale cui è assegnato il compito di attenuare e mascherare ogni riferimento a conflitti e antagonismi sociali. Questo linguaggio consente in realtà di definire un ordine culturale di dimensioni globali, privo di un asse o una struttura, come se si trattasse di una pura deterritorializzazione, di un affascinante caleidoscopio di culture in cui la sia pur minima allusione alle condizioni materiali di esistenza di una parte cospicua della popolazione risulta totalmente rimossa. Allo stesso tempo, abbondano rappresentazioni e immagini di un cosmopolitismo del tutto rarefatto e disancorato, accanto alla rivendicazione della natura composita e fittizia delle nazioni, come se la vecchia identificazione tra cultura e territorio fosse stata soppiantata da quella che salda il territorio a una pluralità indefinita di esperienze. Le élite intellettuali hanno recepito l’invito a trasfigurare la circolazione di denaro e potere convertendola in una vaga ideologia che si potrebbe definire liberalismo culturale.
Addomesticata in questo modo, la differenza culturale diventa non solo una fonte di legittimazione ideologica, rappresentando orizzontalmente tutta una serie di rapporti sociali brutalmente verticali, ma anche un affare, se non una vera e propria industria. I suoi prodotti vengono piazzati sul mercato come una nuova merce tipica, non nel senso di tradizionale, bensì come adatta a un nuovo gusto locale, senza per questo essere singolare o unica, ma solo diversa. Le classi medie che alimentano questo processo di gentrificazione vogliono precisamente questo: mescolanza culturale, un cocktail inoffensivo di gente diversa, paesaggi variopinti in grado di conferire un tocco cosmopolita alla loro quotidianità.
Assistiamo così a una correzione politica consustanziale alla produzione di un’immagine moralizzante del mondo sociale, un’immagine in cui ogni interesse di classe viene sistematicamente occultato. Ma esattamente che cosa si nega? L’esperienza sociale a grado zero, segnata da difficoltà, deprivazioni e ingiustizie, vissuta da esseri umani in carne e ossa, che vengono però rappresentati caricaturalmente come un simpatico e caloroso mosaico culturale: una realtà fatta di sfruttamento e di miseria che, dall’alto, siamo invitati ad ammirare come uno spettacolo sensuale e intrigante.
Di fatto l’antirazzismo ufficiale e quello professato da un numero crescente di organizzazioni costituiscono una variante del cittadinismo, l’ideologia che ha finito per amministrare e sgonfiare del tutto ciò che resta della sinistra nella classe media, come pure una buona parte di quanto sopravvive della classe operaia. Si tratta della dottrina di riferimento per tutta una serie di movimenti di riforma morale del capitalismo, che aspirano ad attenuarne gli effetti sociali attraverso la celebrazione di astratti valori democratici e un incremento delle competenze statali, sul presupposto che sfruttamento e ingiustizia non siano fattori strutturali e strutturanti dell’attuale sistema socioeconomico, ma semplici accidenti, contingenze di un ordine sociale che si crede possibile correggere in modo etico. Questi movimenti, che vanno dal volontariato confessionale fino a un certo qual radicalismo, si percepiscono come mediatori (ma sarebbe meglio dire estintori) tra i poteri politici ed economici e i segmenti sociali più esposti e disagiati, rappresentando i primi davanti ai secondi e, al contrario, togliendo voce ai secondi di fronte ai primi. È così che, periodicamente, l’Amministrazione e le Ong alle sue dipendenze mettono il cittadino medio di fronte a messe in scena in cui è rappresentata la pluralità e molteplicità dell’umana esistenza: quella che vediamo esibirsi intorno a noi tutti i giorni, nelle strade, nei mercati, sugli autobus, e che per lo più viene messa tra virgolette nelle varie feste della differenza, nelle settimane della tolleranza, nelle giornate della coesistenza tra culture – quasi sempre allestite in zone recintate e a pagamento, dove chi assiste è invitato, come fosse un turista o un onsumatore che passeggia in un centro commerciale, a partecipare e ammirare manifestazioni culturali lontane e mai viste prima.
Quella esibita nei grandi bazar multiculturali è una differenza disattivata, inoffensiva: un giocattolo che non modifica né mette in dubbio alcunché, e che al contrario è al servizio di una società variopinta ed eclettica assolutamente immaginaria, dove immigrati compatiti e compassionevoli diventano comparse sorridenti di uno spot che promuove un universo armonioso e privo di conflitti.

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